Nuovi Desaparecidos

VERITÀ E GIUSTIZIA PER I NUOVI DESAPARECIDOS DEL MEDITERRANEO

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Il 2015 – riepilogo

Totale vittime: 3.882

  • Morti a terra: 217
  • Morti e dispersi in mare: 3.665

Per i morti in mare la ripartizione è la seguente:

  • Mediterraneo Occidentale (Marocco e Spagna incluse le Canarie): oltre 205
  • Mediterraneo Centrale (Italia, Libia, Egitto): oltre 2.870
  • Mediterraneo Orientale (Turchia e Grecia ): circa 590

Osservazione

Secondo il quotidiano online turco Daily Sabah –  che cita fonti dell’Oim – i profughi morti nell’Egeo, tra la Turchia e la Grecia, dall’inizio dell’anno fino all’8 dicembre 2015, sono 627: ben 129 in più di quanto risulti a questo dossier a quella data. Se i dati riferiti da Daily Sabah sono esatti, il totale delle vittime sulle tre rotte mediterranee (ovest, centro ed est), inclusi i “morti a terra”, sale a oltre 4.000:

  • Totale vittime dossier: 3.882
  • Differenza vittime rotta orientale: 169
  • Totale generale: 4.051 (3.882 più 169)

 2015 – la cronaca

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Spagna, 05 gennaio 2015

Due piccole imbarcazioni con a bordo complessivamente 21 profughi, tutti algerini, fanno naufragio al largo delle coste spagnole. Cinque scompaiono in mare. Gli altri 16 vengono tratti in salvo da navi dirottate sul posto dalla Guardia Costiera spagnola e da una motovedetta e trasportati in Spagna, a Murcia.

(Fonte: Notiziario online No Borders Morocco, rapporto sui primi due mesi 2015)

Spagna-Marocco (Ceuta), 18 gennaio 2015

Quattro migranti algerini tentano di arrivare sulla costa di Ceuta a nuoto, dopo essersi gettati in mare da una nave commerciale. Due, ormai in prossimità delle acque territoriali del’enclave spagnola in Marocco, vengono soccorsi da una vedetta della Guardia Civil. Degli altri due non si trova traccia, né a terra né durante le ricerche in mare condotte dalla polizia e dalla guardia costiera spahmola e vengono considerati dispersi.

(Fonte: Notiziario online No Borders Morocco, rapporto sui primi due mesi 2015) 

Spagna-Marocco (Melilla), 30 gennaio 2015

Almeno nove profughi morti e 15 dispersi nel naufragio di un barcone al largo di Melilla, una delle due enclavi spagnole in Marocco. Scarsi i particolari sulla sciagura. La sola cosa certa è che le 24 vittime (morti e dispersi) facevano parte di un gruppo di 31 migranti che stavano cercando di raggiungere via mare Melilla, per trovare rifugio in territorio appartenente alla Spagna e, dunque, all’Europa, aggirando la barriera di filo spinato e sensori elettronici che circonda sia questa enclave che quella di Ceuta. Una barriera pressoché insormontabile, presidiata sia dalla Guardia Civil spagnola che dalla polizia marocchina, come dimostra, un paio di giorni dopo, il blocco di un gruppo di circa 400 migranti, provenienti da vari paesi dell’Africa occidentale e dell’Africa sub sahariana, sorpresi il primo febbraio dalle pattuglie della Guardia Civil, respinti in Marocco e consegnati alle autorità di polizia marocchine. Da quel momento, di fatto, si ignora la sorte di questi 400 profughi.

Dal primo gennaio al 28 febbraio, secondo il rapporto di No Borders Morocco, oltre duemila migranti tentato di arrivare in Spagna o entrando nelle enclavi di Ceuta e Melilla o puntando direttamente sulla penisola iberica a bordo di gommoni e piccole imbarcazioni partendo dalla costa africana.

(Fonte: Notiziario Human Rights Watch e Notiziario online No Borders Morocco, rapporto sui primi due mesi 2015)

Italia (Lampedusa), 8-9 febbraio 2015

Ventinove profughi muoiono di ipotermia nel Canale di Sicilia. Facevano parte di un gruppo di 105 migranti, in buona parte maliani, partito dalla Libia su un gommone, con rotta verso Lampedusa. A un centinaio di miglia dall’isola inizia la tragedia. Il mare in tempesta, con onde alte fino a nove metri, rende pressoché ingovernabile il battello. Parte una richiesta di aiuto con un telefono satellitare al Centro nazionale di soccorso di Roma della Guardia Costiera. Scattato l’allarme, vengono dirottati nella zona due mercantili che navigavano poco distante, il Bourbon Argos e il Saint Rock, mentre da Lampedusa partono due motovedette. Sono i mercantili a intercettare per primi, quando è già notte avanzata, il barcone ormai alla deriva. Verso le 22 arrivano anche le motovedette. Comincia il trasbordo dei naufraghi, ma 7 nel frattempo sono morti di freddo. Le salme vengono caricate su una delle motovedette. Altri naufraghi, bagnati, intirizziti e quasi privi di conoscenza, risultano in gravissime condizioni. Completato il trasbordo, le motovedette fanno rotta il più velocemente possibile su Lampedusa, ma il mare mosso rallenta la navigazione. Quando finalmente arrivano in porto, altri 22 dei più gravi sono ormai morti. Uno dei 7 trovati senza vita al momento del trasbordo presenta anche una lesione alla testa, forse dovuta a percosse o a una caduta al momento dell’imbarco. I superstiti vengono soccorsi dal personale medico dell’isola e dei comandi militari.

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“I 366 morti dell’ottobre 2013 non sono serviti a niente – denuncia il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini – Le parole del Papa non sono servite a niente. Siamo tornati a prima di Mare Nostrum. E’ la realtà. E’ la prova che Triton non è Mare Nostrum. Siamo tornati indietro”.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano online, La Repubblica online, Bollettino Ansa online).

Italia-Libia (Lampedusa e Tripoli) 9-10 febbraio 2015

La tragedia dei 29 profughi morti di freddo assume proporzioni enormi: dalla spiaggia di Garbouli, vicino a Tripoli, oltre al gommone intercettato nella notte tra il l’8 e il 9 febbraio, ne sono partiti altri tre. C’è stata, in sostanza, una “spedizione” di 4 gommoni con a bordo complessivamente circa 430 profughi e migranti, partiti a distanza di mezz’ora l’uno dall’altro. Gommoni vecchi e malandati, con un motore di appena 40 cavalli ed equipaggiati con sole 10 taniche di benzina. E’ da pensare, inoltre, con nessun “scafista” al timone: viste le condizioni del mare i trafficanti hanno affidato il compito di seguire la rotta agli stessi profughi, dando loro alcune indicazioni sommarie. Il risultato è un’autentica strage: le vittime, secondo i calcoli dell’Oim, sono sicuramente più di 330. Anzi, stando alle testimonianze dei sopravvissuti, almeno 345. In maggioranza si tratta di profughi in fuga dal Mali e da altri paesi della fascia occidentale dell’Africa sub sahariana.

A scoprire la reale portata della tragedia sono gli equipaggi dei mercantili deviati nella zona dell’emergenza per i soccorsi da parte della Guardia Costiera italiana. Dopo che il primo gommone è stato recuperato, le due navi, pattugliando la zona, scoprono che a breve distanza ce ne sono altri due semi affondati. Sul primo ci sono sette giovani, sul secondo due soltanto. Tutti uomini. Appare evidente che alla partenza erano molti di più: i trafficanti non “sacrificano” un “prezioso gommone” per così pochi profughi. Tratti in salvo, infatti, i sette ragazzi confermano che a bordo di ciascun natante c’erano più di cento persone, incluse donne e bambini di pochi anni. Non solo: raccontano che in realtà alla partenza i gommoni erano quattro, Il primo, anche questo con più di cento profughi, è affondato dopo poche ore di navigazione, provocando la morte di tutti quelli che erano a bordo. “Abbiamo assistito alla tragedia senza poter far nulla per aiutarli”, specificano. Poi anche gli altri gommoni hanno cominciato a imbarcare acqua. Uno, anzi, ha cominciato addirittura sa sgonfiarsi nella parte anteriore. La furia delle onde e del vento ha trascinato in mare a poco a poco quasi tutti quelli che erano a bordo: hanno ceduto prima i più deboli, bambini e donne, e poi via via gli altri. Alla fine, sono rimasti in sette sul primo e appena due sul secondo. Il gommone trovato con 7 giovani assiderati a bordo, quello da cui è partito l’allarme, probabilmente era in condizioni leggermente migliori così ha retto fino all’arrivo dei soccorsi, anche se per altri 22 dei 105 imbarcati non c’è stato nulla da fare: non si sono ripresi dal profondo stato di ipotermia dovuta al freddo, al vento, agli abiti zuppi d’acqua gelata.

La Procura di Agrigento apre un’inchiesta e si muove con cautela, asserendo che “non sono stati trovati né relitti né corpi”. E’ fin troppo facile replicare che trovare relitti e corpi è impossibile con il mare forza 8 e che, comunque, i relitti di almeno altri due gommoni sono stati visti dagli equipaggi dei due mercantili che hanno tratto in salvo gli ultimi 9 superstiti (due su un gommone e sette sull’altro). E, in ogni caso, alcuni dei superstiti dicono subito di poter indicare i nomi se non di tutte almeno di gran parte delle vittime. Lo conferma Giovanni Abbate, dell’Oim: “Per quanto sembri incredibile, i profughi dicono di essere perfettamente in grado di dare nomi e cognomi, età e provenienza delle persone che sono partite con loro. Molti erano parenti o amici, molti hanno fraternizzato durante la permanenza nei centri libici”.

(Fonte: Repubblica online, Il Sole 24 Ore online, Il Fatto Quotidiano).

Libia, 21 febbraio 2015

Tre migranti massacrati di botte, uccisi a pugni e calci, in un cantiere edile in Libia, probabilmente nei dintorni di Tripoli. E’ quanto denuncia un ragazzo non ancora maggiorenne fuggito dalla Guinea e arrivato in Italia con i 3.800 profughi salvati e sbarcati in Sicilia dalle navi della Marina Militare tra il 13 e il 17 febbraio. Interrogato nel corso delle operazioni di identificazione, il giovane ha raccontato di aver attraversato il Senegal, il Mali, il Burkina Faso e il Niger per arrivare in Libia, dove al confine è stato catturato dai militari e imprigionato. Nei tre mesi trascorsi in carcere dice di essere stato sfruttato come operaio edile insieme ad altri compagni, subendo continui pestaggi. E proprio di questi pestaggi sistematici ad opera dei loro sfruttatori – denuncia – sarebbero rimasti vittime tre altri ragazzi costretti a lavorare con lui.

(Fonte: Avvenire)

Italia-Libia, 3-4-5 marzo 2015

Dieci profughi muoiono nel Canale di Sicilia a causa del ribaltamento del gommone sul quale facevano rotta verso la Sicilia. Indagini successive portano alla scoperta che ci sarebbero anche una cinquantina di dispersi. E solo per caso la strage non assume proporzioni ancora più grandi: il naufragio avviene non lontano dalle piattaforme petrolifere libiche e un rimorchiatore adibito al servizio di queste strutture, il Gagliardo, può intervenire in tempi abbastanza rapidi insieme alla nave Dattilo della Marina Militare italiana, che incrocia nella zona, salvando gli altri 121 migranti che erano a bordo del natante affondato. Le salme vengono tutte recuperate nel corso delle operazioni di ricerca e caricate sulla Dattilo, che ha a bordo altri 318 migranti soccorsi poche ore prima in un’altra operazione di salvataggio.

I primi rapporti parlano solo di dieci morti, in base al numero delle salme recuperate in mare. Le testimonianze dei superstiti, ascoltati il 5 marzo ad Augusta nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla Procura di Siracusa, denunciano però che il gommone era partito da Zuara, in Libia, sovraffollato: a bordo c’erano non meno di 170/180 persone. Tenendo conto che 121 sono i naufraghi tratti in salvo e dieci le vittime, mancherebbero all’appello tra 40 e 50 profughi.

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Tra la mattinata del giorno 3 e l’alba del 4 si registra una vera e propria situazione d’emergenza nel Canale di Sicilia tra la Libia e Lampedusa, con ben 7 operazioni di salvataggio coordinate dal Centro operativo nazionale della Guardia Costiera di Roma: in una fascia di mare situata a circa 50 miglia a nord delle coste libiche vengono soccorsi 5 gommoni e 2 barconi. Complessivamente vengono tratti in salvo 941 migranti siriani, palestinesi, tunisini e sub sahariani. Partecipano alle operazioni, oltre al rimorchiatore delle piattaforme e alla Dattilo, tre mercantili dirottati in zona dalla Guardia Costiera e la nave Fiorillo della Marina. Tutti i profughi dichiarano di essere partiti dalla Libia: è l’ennesima conferma che le spiagge libiche sono affollate di migranti in attesa di partire. Secondo alcune stime sarebbero circa 600 mila. E l’esodo continua: la mattina del giorno 5, sempre non lontano dalle piattaforme petrolifere, a 50 miglia dalla costa libica, vengono soccorsi altri due gommoni: uno, con a bordo 91 migranti, di nuovo dal rimorchiatore Gagliardo e l’altro, con 88 persone, dal Kreta, un rimorchiatore maltese.

(Fonte: La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale di Sicilia)


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